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Perché una mostra di rilegature artistiche dedicate
a Cesare Pavese?
Per un uomo e uno scrittore che viveva tra i libri e per i libri non in quanto oggetti preziosi
ma come strumenti di circolazione delle idee, sembra un'idea un po' eccentrica.
Lo stile della casa editrice Einaudi, di cui Pavese fu fino al 1950 una delle principali teste
pensanti, si affermò all'insegna della massima sobrietà e pulizia senza concessioni a qualsiasi
aggiunta estranea a un'idea civile del libro, anche nella forma.
Nel panorama molto controllato e un po' grigio dell'editoria subalpina dal 1920 al 1940, si
registra l'eccezione della raffinata "Biblioteca europea" diretta da Franco Antonicelli per il
tipografo-editore Carlo Frassinelli cui collaborò per le copertine Mario Sturani, l'amico pittore
di Pavese. Le strabilianti copertine di questa collana (si veda, ad esempio "L'armata a
cavallo" di Babel realizzata da Sturani) sembrano nascere quasi come rilegature d'artista.
Pavese invece era principalmente interessato al contenuto dei libri, a quel che c'era dentro e
meno alla loro forma, e li considerava un mezzo insostituibile di conoscenza e apertura alle
correnti culturali del mondo, di rinnovamento delle coscienze e crescita civile di una società
ancora molto provinciale.
Metteva in guardia dal rischio di "farcene idoli, cioè strumenti della nostra pigrizia". I libri,
scriveva, sono un mezzo per giungere agli uomini, soprattutto chi tra i libri non ci vive e per
aprirli deve fare uno sforzo.
La grande letteratura vive ben oltre la vita mortale dei suoi autori per cui ogni ulteriore
manipolazione postuma dei libri che la veicolano nel mondo dei lettori e del pensiero è lecita
purché sia mossa da uno spirito di verità.
Il diario di Pavese, quel suo tormentato "mestiere di vivere" è uno dei documenti fondamentali
per capire meglio l'uomo e lo scrittore nel groviglio dei problemi dell'epoca in cui visse.
Rilegatori di livello italiani e stranieri si cimentano in un'impresa non facile: dare forma
estetica a un toccante "journal intime" dove Pavese, al pari di Baudelaire, mette la sua anima
a nudo. Ognuna di tali rilegature cerca di estrarre una particolare vena aurifera da un giacimento
ricchissimo che ha nutrito dal 1952 ad oggi tanti lettori di generazioni diverse.
Da oggetto seriale il libro diventa prodotto unico grazie all'intervento del lettore-rilegatore
che si sovrappone all'autore per ricavarne quasi un'opera a quattro mani.
Del resto il libro è sempre opera aperta che continua e si sviluppa nel lettore con cui inizia
una nuova vita e per questo i valori dei cosiddetti "classici" sono sì eterni ed immortali ma
anche variabili e adattabili ai tempi storici che attraversano.
Cosa direbbe Pavese di quest'operazione?
Probabilmente si lascerebbe sfuggire uno dei suoi sarcastici sorrisi insieme a un'alzata di
spalle, come era solito fare per rimarcare la sua indifferenza verso qualcosa che non capiva
o che non gli interessava.
Ma, come già detto, la letteratura va ben oltre le intenzioni dei suoi autori.
Franco Vaccaneo*
*Presidente del Comitato scientifico della Fondazione Cesare Pavese - saggista e scrittore.
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